Luogo: Repubblica autonoma del Karakalpakstan, Uzbekistan

Quello del Mar d’Aral è stato definito il più grave disastro ambientale causato dalla specie umana di tutta la storia; tanto più grave in quanto ampiamente previsto con larghissimo anticipo e ciò nonostante scientemente perseguito. Eppure da noi è quasi sconosciuto e nessuno ne parla. Trovandomi a passare in quella zona durante un recente viaggio, ho voluto documentarlo con queste fotografie.

Moynak, nella parte più occidentale dell’Uzbekistan, era una ridente cittadina che sorgeva sulle rive del Mare d’Aral. Oggi il Mare d’Aral, agonizzante, si è ritirato a centinaia di chilometri di distanza.

L’Aral era uno dei laghi più grandi al mondo, e per la sua vastità (circa 300 chilometri di diametro) si era guadagnato il titolo di mare. Le sue acque erano molto pescose e gli abitanti di Moynak vivevano della pesca e della lavorazione del pescato, che veniva inscatolato sul posto in una fabbrica che riforniva tutta l’Unione Sovietica, di cui allora l’Uzbekistan faceva parte. Ma nel secolo scorso i piani quinquennali per lo sviluppo economico dell’URSS decretarono una folle idea: attingere dalle acque del principale affluente dell’Aral quantità d’acqua sempre più grandi, al fine di irrigare coltivazioni sempre più estese, specialmente di cotone.

Questa scelta avrebbe provocato la morte dell’Aral: era noto da studi commissionati all’uopo e di pubblico dominio, ma si trattava di un prezzo che l’URSS era disposta a pagare per poter scommettere sulla coltivazione del cotone.

Il ritrarsi delle acque cominciò nel 1960, dapprima lentamente, e dal 1980 divenne sempre più rapido; da allora l’Aral ha perso oltre il 90% della sua estensione.

In principio la sopravvivenza di Moynak e dei suoi abitanti fu garantita approvvigionando la fabbrica di pesce con il pescato del Mar Baltico, che veniva trasportato in Uzbekistan da qualche migliaio di chilometri di distanza.

Ma questa soluzione assurda non era destinata a durare. Con la dissoluzione dell’URSS il sistema divenne insostenibile, e gli abitanti della cittadina rimasero senza risorse.

Oggi questa città e la zona circostante sono precipitate nella miseria, il livello di vita qui è nettamente inferiore a quello, più che dignitoso, del resto dell’Uzbekistan. La città è priva di acqua corrente e di fognature, la fabbrica di pesce è caduta in rovina e tra le sue macerie si aggirano uomini e bambini che frugano alla ricerca di qualche pezzo di ferro arrugginito da rivendere per pochi spiccioli; sul fondo prosciugato del Mar d’Aral, ormai divenuto un deserto, è rimasta una rugginosa flotta di pescherecci abbandonati. Dall’alto si possono ancora vedere quelle che erano le coste di uno dei laghi più grandi del mondo e immaginare l’acqua che lo riempiva. La quantità d’acqua che è stata sottratta è impressionante, e ora per raggiungere l’acqua sono necessarie diverse ore di fuoristrada su un fondo fangoso.

Tutta la zona è gravemente inquinata, il terreno è salato e contaminato sia dai residui di fertilizzanti e pesticidi sia dalle scorie tossiche lasciate da una base militare abbandonata, situata in quella che era un’isola dell’Aral, in cui si conducevano esperimenti sulle armi chimiche e biologiche e in cui sono ancora stoccati fusti contenti batteri dell’antrace e altri agenti patogeni.

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